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La presenza italiana in Perù, una prospettiva storica© PDF Stampa E-mail
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Giovedì 08 Gennaio 2009 00:00
Indice
La presenza italiana in Perù, una prospettiva storica©
Periodo 1800-1880
Periodo 1880-1920
Periodo 1920-1940
Le tendenze recenti
Bibliografia
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Periodo 1800-1880
Già dalla fine del secolo XVIII il monopolio commerciale spagnolo nelle colonie americane si era indebolito. Questo favorì la presenza di commercianti e marinai di quella che all’epoca era ancora la Repubblica di Genova. L’invasione napoleonica favorì l’arrivo non solo di profughi politici, ma anche di commercianti che uscivano per la crisi economica prodotta dall’invasione francese in Italia.

 

Con l’indipendenza del Perù nel 1821 aumentò lentamente la presenza d’immigrati italiani, giacché i primi governi repubblicani furono estremamente favorevoli all’immigrazione. Da allora la presenza italiana in Perù non fu piú indiretta, ossia si sganciò dal rapporto con la Spagna e arrivò direttamente dal porto di Genova. Coloro che arrivarono in questo periodo iniziale dell’emigrazione moderna furono reclutati da coloro che erano arrivati in precedenza. Il meccanismo di inserimento fu lo stesso durante il secolo XIX e il principio di questo secolo, ossia il commercio marittimo. In gran parte gli emigranti arrivati nel Novecento erano marinai che disertavano dalle imbarcazioni provenienti dal porto di Genova.

Il maggior numero di emigranti giunse nel periodo compreso fra il 1840 e il 1880, durante il quale coincisero una serie di fattori di espulsione dall’Italia e di attrazione in Perù. In Italia iniziavano le emigrazioni all’estero, composte da un debole flusso migratorio, quello dei «pionieri», che partirono dalle regioni nordoccidentali (allora regno di Sardegna), ma sopratutto dalla Liguria. Non era un flusso emigratorio massiccio, perché non era spinto da fattori economici o demografici, ma prodotto dall’espansione dei commercianti liguri, che iniziarono a frequentare i porti dell’America del Sud con maggiore libertà rispetto al periodo precedente. La «cultura della mobilità» era un elemento importante fra questi immigrati che già in epoche antiche percorrevano i mari del mondo.

La maggior parte di coloro che arrivavano, piú che da emigranti era costituita da marinai disertori che aprivano un piccolo negozio o si dedicavano al cabotaggio. A metà del secolo scorso gli equipaggi delle navi che salpavano dal porto di Genova avevano ragioni sufficienti per disertare, perche trovavano condizioni di lavoro favorevoli nell’economia peruviana in piena espansione mercantile. In Perù si stavano sviluppando rapidamente le attività portuali e commerciali in conseguenza dello sfruttamento dei grandi giacimenti di guano, lungo le isole del litorale peruviano. 
Insieme alla componente marinara, proveniente dalla riviera ligure, in particolare dal circondario di Chiavari, dal 1850 in poi cominciò ad arrivar una componente rurale o semi rurale, proveniente dai paesi interni di quella provincia. Le motivazioni alla base di questa ultima componente migratoria sono da mettersi in rapporto con le crisi periodiche della precaria economia agricola dell’interno della Liguria durante tutto l’Ottocento. Questi ultimi costituivano la classe sociale più bassa degli immigrati italiani, avendo iniziato dalle attività piú umili (garzoni, ortolani e bottegai).

Nel 1857 c’erano 3.142 italiani a Lima e nel 1876 la presenza italiana in Perù arrivò al suo massimo storico con 10.000 emigranti. Negli anni seguenti, l’emigrazione italiana di massa non toccò le sponde peruviane, ma si diresse verso i paesi del versante Atlantico. Ciò fu dovuto in primo luogo al ruolo economico di questa emigrazione, costituita da imprenditori (piccoli e medi commercianti) e in secondo luogo al fatto che non esisteva un mercato di lavoro moderno che potesse reclutare lavoratori dipendenti. D’altro lato si deve tener conto di un aspetto demografico e geografico: in Perù non si è mai verificato un «vuoto demografico» che potesse «assorbire» il flusso emigratorio massiccio che incominciò in quegli anni. Questa costituisce la differenza sostanziale fra i paesi del versante dell’Atlantico (Argentina, Uruguay e Brasile) e i paesi del versante del Pacifico come il Perù. Lo stesso si può dire per i paesi centro americani e il Messico. In questi paesi non c’erano grandi estensioni di terra a disposizione di coloni emigranti. La poca terra disponibile (dovuto alla presenza di grandi catene montuose come le Ande) era occupata dalla popolazione indigena, la quale si offriva anche come manodopera per i latifondi.

È necessario inoltre considerare la lontananza delle rotte del Pacifico, soprattutto prima della costruzione del canale di Panama (1906). Non è quindi sorprendente se durante il secolo XIX e buona parte del secolo XX la presenza italiana in Perù ebbe le stesse caratteristiche di quella del periodo precedente, durante la dominazione spagnola. Da questo la continuità della cosidetta «matrice coloniale».

L’origine regionale degli immigrati italiani (genuensis ergo mercator), condizionò il processo di integrazione nell’economia peruviana dell’epoca, in cui esercitò un ruolo prevalentemente mercantile, praticando inizialmente il commercio di cabotaggio e il piccolo commercio nelle principali città e porti peruviani.  Gia dall’inizio, all’interno della collettività italiana, a fronte di una maggioranza di piccoli commercianti, agricoltori e garzoni, si costituì una élite economica e dirigenziale. Molti di loro si trasformavano da capitani di mare a capitani d’impresa. Fra i casi piú noti citiamo quello di Giuseppe Canevaro (1803-1875) il commerciante e capitano di nave che accumulò una fortuna dedicandosi al commercio marittimo, fu console del regno di Sardegna e poi primo console del regno d’Italia. Suo figlio Napoleone (1838-1926) fu inviato a studiare in Italia, dove fece carriera nella Marina arrivando al grado di ammiraglio e ministro. Altri ricchi imprenditori in questo periodo furono Denegri, Larco, Figari e Basso, tutti di origine ligure.

In genere, gli emigranti italiani arrivati in questo periodo incominciarono un ciclo di ascesa economica e sociale. Ci fu una grande mobilità occupazionale: iniziarono come bottegai, poi divennero commercianti all’ingrosso e finalmente investirono in immobili e in terre.  Il processo emigratorio scatenava energie che erano profuse in un lavoro assiduo e perseverante, con una forte motivazione al risparmio (dettato dal desiderio di rientrare in Italia). Elementi che a quei tempi erano scarsi nella società peruviana, in cui predominava il consumo superfluo, mentre la classe dirigente peruviana aveva uno stile aristocratico, ereditato dalla aristocrazia di origine spagnola. Gli imprenditori italiani che si affermarono in quegli anni furono fra i primi a costituire la borghesia moderna peruviana, non solo per lo stile di vita, ma anche per le idee da essi professate.

L’ideologia predominante fra questi emigranti fu il nazionalismo risorgimentale, alimentato dal fatto che molti emigranti liguri erano anche esuli dalla guerra di indipendenza, e non pochi erano profughi. In Perù arrivarono infatti molti profughi politici a partire dal 1820, come nel caso di Giuseppe Caffare di Barge, che partecipò insieme a Bolivar al processo di indipendenza del Venezuela e del Perù. A seguito delle disfatte rivoluzionarie del 1848 arrivarono altri esuli, fra i quali spicca la figura del milanese Antonio Raimondi (1824-1890). Questi arrivò in Perù nel 1850, dopo aver partecipato alle cinque giornate di Milano; cominciò a lavorare alla facoltà di Medicina della Università di Lima e si dedicò per parecchi anni a studiare la geografia, la mineralogia e altre discipline. Percorse tutto il territorio peruviano, tracciò la prima mappa del paese e poi scrisse la sua grande opera sul Perù, in più volumi. Raimondi è considerato il piú grande scienzato italiano all’estero in questo periodo e il più eminente geografo del Perù.

Un altro caso di rilievo è quello del medico chiavarese Emanuele Solari (1808-1854) – cugino di Giuseppe Mazzini – che arrivò a Lima per insegnare alla Facoltà di Medicina e che partecipò poi anche al rinnovamento della facoltà. A differenza di Raimondi si dedicò anche alla politica: aprì a Lima una sezione della «Giovane Italia» e fu il principale sostenitore di Giuseppe Garibaldi, quando questi arrivò in Perù nel 1851 durante il suo secondo esilio in America. La presenza di Garibaldi a Lima è stata motivo di diversi studi, che mettono in rilievo la sua partecipazione a una spedizione commerciale in Cina, per incarico di un commerciante italiano che risiedeva in Perù, Denegri. Nella ricerca si sono esaminati i principali aspetti politici di questa presenza che coinvolse un gruppo numeroso di immigranti di tradizione garibaldina e repubblicana. L’influenza del repubblicanesimo fra gli immigranti italiani in Perù fu molto forte, al punto che comportò seri scontri con i primi rappresentanti diplomatici arrivati da Torino quando, nel 1864, si aprí l’Ambasciata del nuovo Regno d’Italia.

La presa di Roma, il 20 Settembre del 1870, fu un avvenimento molto festeggiato dagli immigrati in Perù, cosa che comportò uno scontro serio con la chiesa cattolica peruviana e con alcuni politici del paese. Oltre agli aneddoti e alle vicende di questo scontro, si trova in realtà la motivazione ideologica degli emigranti italiani verso il laicismo, valore anche quello poco presente nella mentalità della classe dirigente peruviana dell’epoca. Vari intellettuali italiani promossero in Perù le idee moderne di laicismo e di progresso economico, fra loro spiccarono le figure di Luigi Petriconi, Luigi Copello ed Emilio Sequi.



 

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