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Home La presenza italiana in Perù, una prospettiva storica di Giovanni Bonfiglio Lima
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La presenza italiana in Perù, una prospettiva storica© PDF Stampa E-mail
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Giovedì 08 Gennaio 2009 00:00
Indice
La presenza italiana in Perù, una prospettiva storica©
Periodo 1800-1880
Periodo 1880-1920
Periodo 1920-1940
Le tendenze recenti
Bibliografia
Tutte le pagine

Periodo 1880-1920
Dal 1880 ai primi anni del secolo XX si registra un calo della presenza italiana in Perù, che diminuì da 10.000 a 6.000 individui. Lo stesso successe con altri altri gruppi di immigrati europei, ma gli italiani continuavano ad essere il gruppo europeo piú numeroso. Questa inversione della tendenza immigratoria fu dovuta a fattori diversi: in primo luogo alla crisi economica del 1875 e successivamente agli effetti depressivi della Guerra del Pacifico, che si svolse tra il Perù e la Bolivia contro il Cile, negli anni 1879-81. Infatti il Perù perse la guerra e fu invaso dall’esercito cileno che occupò Lima e le principali città del paese fino al 1883. Questa disfatta militare, e la successiva invasione, comportò una crisi delle attività economiche e commerciali del paese, incluso l’abbandono dei porti e la distruzione di gran parte della struttura produttiva.

 

Oltre a questi fattori congiunturali, vi erano fattori strutturali che impedivano l’ingresso di un considerevole contingente di immigrati. Oltre alla mancanza del «vuoto demografico», bisogna tener conto di argomenti economici: in Perù era quasi inesistente un moderno mercato del lavoro, i salari che si pagavano nelle piantagioni erano molto bassi se confrontati con le aspettative dei lavoratori europei (per questo negli anni precedenti furono portati dalla Cina circa centomila coolies per lavorare nelle piantagioni di zucchero e cotone, in cambio di una misera paga e di lavoro in condizioni di semi schiavitù. Non esistevano neppure le condizioni di impiego nel settore industriale. Gli immigrati che avevano raggiunto un’occupazione indipendente esercitavano un forte «effetto dimostrativo» sui nuovi arrivati, i quali rimanevano soltanto se potevano avere, in pochi anni, un negozio in proprio. Bisogna considerare che i nuovi arrivati erano sempre «chiamati», attraverso il meccanismo delle catene migratorie familiari e paesane. Cosicché giungevano in Perù solo quelli che potevano intraprendere un’attività in proprio o che erano in condizioni di ottenerla in breve tempo, dopo un periodo in cui generalmente lavoravano nel negozio di un familiare. Non esistevano quindi in Perù le condizioni per attrarre il massiccio flusso migratorio italiano che iniziò nel 1880 e che continuò fino alla vigilia della Prima guerra mondiale.

Queste manifestazioni strutturali si manifestarono nel fallimento dei numerosi progetti di colonizzazione tentati in questo periodo. Tali progetti miravano generalmente a collocare gli agricoltori nelle zone di montagna piú depresse, poiché sul litorale peruviano (la parte piú moderna e vicina ai porti, anche se arida) le terre agricole erano scarse (si coltiva soltanto dove arriva l’acqua dei fiumi durante la stagione delle piogge nelle montagne andine) e i latifondisti non erano disposti a consegnarle per progetti di colonizzazione. Questi progetti si svilupparono fino ai primi anni del Novecento, nel contesto di una politica d’immigrazione promossa dallo stato peruviano, favorevole all’ingresso di lavoratori europei, italiani in particolare, politica che non era esente da motivazioni ideologiche e razziste. Nei documenti diplomatici ufficiali italiani, troviamo numerose informazioni sui progetti di colonizzazione intrapresi in Perù – tutti falliti – e le condizioni che spiegano che in questo paese poteva venire soltanto un’emigrazione spontanea, e di modeste dimensioni. Paradossalmente, durante il periodo nel quale uscivano piú emigranti dall’Italia (1880-1913), meno ne entravano in Perù, a dispetto di chi, governo o privato, tentava di incanalare verso questo paese il gran flusso emigratorio di quegli anni.

Quanto detto spiega perché l’emigrazione italiana in Perù diminuì dal 1880 in poi e si mantenne a livelli bassi nei decenni seguenti, meno di 6.000, dopo aver raggiunto la vetta dei 10.000 negli anni settanta dell’Ottocento. In realtà gli immigrati che arrivavano in Perù erano soltanto quelli che venivano attraverso le «catene migratorie» giunte nel secolo precedente.  Il caso peruviano è uno dei pochi al mondo in cui l’emigrazione italiana sia stata composta in maggioranza da emigranti provenienti da una sola regione d’Italia per un periodo così lungo che giunge fino ai nostri giorni. Caso raro nella storia, si è trattato di un’emigrazione di imprenditori, il che ha avuto conseguenze nel ruolo sociale esercitato dagli immigranti favorendo rapporti all’interno della comunità italiana non basati su interessi economici di classe, come era verificato in Argentina e in Brasile paesi con una larga partecipazione di italiani al movimento operaio.

In linea di massima si può affermare che poterono entrare in Perù solo gli immigrati che erano in grado di diventare imprenditori in poco tempo. Il ruolo esercitato nell’economia peruviana fu infatti quello di imprenditori indipendenti. Per questo, la collettività italiana in Perù fu una delle piú ricche in senso relativo, rispetto a quelle presenti nei paesi interessati dagli arrivi di massa. Le catene migratorie erano il principale meccanismo di inserimento e un canale dinamico di comunicazione fra i due paesi, che funzionava nei due sensi, quasi come vasi comunicanti. Il senso in cui operava la catena (a volte in alternanza, nei casi dei emigrazione pendolare) obbediva all’inclinazione che assumeva il vaso comunicante, secondo la modificazione dei fattori di attrazione o di espulsione in ogni estremo della catena. Nell’insieme, queste catene migratorie erano un vero meccanismo di regolazione del flusso migratorio, che permetteva l’arrivo soltanto di coloro per i quali era disponibile un impiego effettivo (il posto di lavoro nella bottega di un parente). Per questo in Perù non si ebbe mai disoccupazione tra gli immigrati italiani, come avvenne negli Stati Uniti e in Argentina, salvo per alcuni progetti di colonizzazione, come quello del 1873-75, quando giunsero degli immigrati non compresi dal meccanismo delle catene. In seguito a tale meccanismo, il grafico della presenza di immigrati italiani in Perù rifletteva i cicli economici di espansione o di depressione dell’economia peruviana.

Durante tutto il secolo XIX gli emigranti italiani dovettero affrontare condizioni di instabilità giuridica e di insicurezza sociale, dovute alla convulsa situazione politica e sociale del paese. Erano frequenti i colpi di stato e le conseguenti «chiusure delle porte» nei negozi delle città. Molte delle istituzioni create dagli immigrati italiani cercavano di risolvere queste difficoltà, la prima fu la Società Italiana di Beneficenza di Lima (fondata nel 1862), seguita dalle Compagnie di Pompieri, la prima delle quali fu fondata nel 1866 in seguito agli incendi nel porto del Callao, quando ci fu uno scontro fra i marinai peruviani e alcune navi spagnole che erano arrivate al porto in missione punitiva per conflitti diplomatici fra il Perù e la Spagna. Queste istituzioni esprimevano l’ideologia prevalente all’interno della collettività italiana dell’epoca, imperniata su valori unitari e anticlericali, a seguito delle lotte sostenute per l’unificazione italiana, specie contro il papato, processo al quale molti emigranti avevano partecipato o che ne avevano tratto un motivo aggiuntivo per emigrare. Questi elementi ideologici avevano un aspetto modernizzante, non solo nell’economia (atteggiamento imprenditoriale e di risparmio produttivo), ma anche nella politica (liberalismo e laicismo).

Dalla fine del secolo XIX si ebbe un periodo di forte ripresa economica nell’economia peruviana, soprattutto dal 1895 in poi, con la ripresa dopo la guerra col Cile e le attività economiche degli italiani mostrarono un rinnovato dinamismo, crebbero e si diversificarono. Gli italiani non si dedicarono soltanto al commercio come nel periodo precedente, ma si inserirono anche nei settori della nascente industria. Oltre all’ascesa economica e sociale degli immigrati italiani, si ebbe un processo di differenziazione all’interno della collettività, che poco a poco perse la caratteristica di omogeneità propria del secolo precedente. Questa ascensione collettiva elevò sempre piú la soglia minima che i nuovi arrivati erano disposti a tollerare per il loro inserimento nel paese. L’«effetto dimostrativo» degli immigrati che avevano fatto fortuna esercitava una notevole pressione sull’insieme dell’immigrazione. La differenziazione interna, insieme al calo di questa immigrazione, fu un elemento che incise nello sviluppo delle istituzioni create nel secolo scorso: la Società di Beneficenza costruì il proprio Ospedale; le Compagnie di Pompieri si svilupparono; nel 1917 fu creato il Circolo Sportivo e sorsero anche numerose istituzioni culturali. La Scuola italiana, fondata nel 1870 al Callao, fu portata a Lima, dove si sviluppò sotto la direzione di Tommaso Catanzaro. Ma l’istituzione piú importante nel campo economico fu senza dubbio la Banca Italiana, fondata a Lima nel 1889. Questa Banca riuniva i risparmi dei medi e grandi imprenditori italiani, fu la prima esperienza di Banca fondata sulla base del moderno principio di azionariato diffuso, mentre le altre banche peruviane erano di pochi proprietari. La Banca Italiana in pochi decenni divenne la piú importante del paese.

In questo periodo proseguì la tendenza del periodo precedente, della conversione dei capitani di nave in capitani d’impresa. I casi piú noti sono quelli di Faustino Piaggio, Gio Batta Isola, Gerbolini, Sanguineti, Carbone e altri, tutti di origine ligure e non a caso provenienti da famiglie di armatori e commercianti. In realtà ci fu un processo di «sedentarizzazione» di marinai e armatori liguri, dovuta alla crisi della navigazione italiana sotto l’effetto dell’introduzione massima delle navi a vapore, processo che vedeva il dominio della marina mercante inglese, a scapito di quella italiana che operava ancora con battelli a vela. 



 

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