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Home La presenza italiana in Perù, una prospettiva storica di Giovanni Bonfiglio Lima
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La presenza italiana in Perù, una prospettiva storica© PDF Stampa E-mail
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Giovedì 08 Gennaio 2009 00:00
Indice
La presenza italiana in Perù, una prospettiva storica©
Periodo 1800-1880
Periodo 1880-1920
Periodo 1920-1940
Le tendenze recenti
Bibliografia
Tutte le pagine

Periodo 1920-1940
In questo periodo si verificò un cambiamento nella collettività italiana, dovuto al «taglio» del processo immigratorio durante gli anni della Prima guerra mondiale e ai successivi nuovi arrivi. Fra questi ultimi, anche se predominava l’elemento ligure, si trovano per la prima volta nuclei provenienti dall’Italia meridionale che facevano quasi tutti parte del flusso massiccio diretto verso l’Argentina, ed erano arrivati in Perù per caso. Ciò riconferma che gli emigranti che arrivavano direttamente in Perù erano quasi tutti liguri, a parte alcuni piemontesi. Un’eccezione a questa tendenza è rappresentata dall’arrivo di alcuni tecnici portati dalla Azienda Elettrica di Lima (Empresas Electricas Asociadas) che dal 1921 fino agli anni cinquanta fu diretta da italiani, con a capo Giovanni Carosio, un imprenditore che svolgeva importanti progetti elettrici in Argentina, Paraguay e altri paesi dell’America del Sud. Anche alla Banca Italiana arrivarono tecnici e finanzieri italiani, il piu importante dei quali fu il fiorentino Gino Salocchi. In genere si puo dire che in questo periodo nella élite della collettività italiana ci fu un processo di ricambio: agli imprenditori che avevano guidato il processo di ascesa economica del periodo precedente succedettero nuovi immigranti, più qualificati, quasi tutti reduci della guerra mondiale e portatori delle nuove idee politiche prevalenti in Italia. In questo periodo il vecchio repubblicanesimo fu rimpiazzato dal fascismo. All’inizio di questo processo di cambiamento ideologico si ebbe una resistenza del repubblicanesimo, per esempio la festa il 20 Settembre fu festeggiata in Perù per diversi anni anche dopo il 1920, come espressione della tipica «inerzia culturale» nei processi emigratori, soprattutto quando si verificarono tagli all’immigrazione. Ma infine il fascismo ebbe la prevalenza fra gli emigranti, sotto la spinta del nazionalismo e il senso di rivincita dell’orgoglio etnico italiano. In effetti, in quegli anni ci fu una ripresa dell’immagine collettiva della italianità in Perù, in un certo qual modo gli immigrati si prendevano una rivincita rispetto al periodo precedente, nel quale, malgrado la ricchezza della collettività, avevano un’immagine molto legata al «bottegaio dell’angolo» ed erano considerati dall’opinione pubblica peruviana come una specie di europei di seconda categoria, dopo inglesi, francesi e tedeschi. Il fascismo fece forza su questi sentimenti e li strumentalizzò. In realtà l’adesione ideologica degli emigranti al fascismo ebbe piú una componente di bisogno di affermazione etnica che propriamente ideologica. D’altro lato si deve anche tener conto che non è mai esistita in Perù una base operaia fra gli emigranti.

 

Nel processo di ascesa sociale svolsero un ruolo importante i figli degli immigrati arrivati nel periodo anteriore. Oltre a seguire le attività economiche dei loro padri (generalmente nella gestione di aziende) furono anche professionisti, infatti i figli di italiani usarono anche la professionalizzazione come canale di ascesa sociale. Non c’era bisogno di essere imprenditore per godere di prestigio sociale. Fra i primi medici e ingegneri peruviani ci furono molti figli di italiani. In questo modo le famiglie di origine italiana ingrossarono la ancora sottile classe media peruviana e anche la classe medioalta. Pochi furono quelli che riuscirono a inserirsi nei ceti alti peruviani, la cosiddetta «oligarchia», un gruppo di poche famiglie quasi aristocratiche che dominava la vita politica del paese ma sempre meno dominava la vita economica, in gran parte dominata da emigranti di prima o seconda generazione, fra i quali, come abbiamo visto, spiccavano gli italiani.

In questo periodo gli italiani furono anche fra i primi a inaugurare il processo di migrazione interna verso la capitale. Infatti, se nel secolo passato e fino al 1920 numerosi emigranti si erano stabiliti nelle regioni lungo il litorale: Trujillo, Chincha, Ica, Tacna, dal 1920 in poi ci fu un accelerato processo di concentrazione degli emigranti a Lima, reso possibile dal cambiamento dei sistemi di trasporto. In quegli anni si indebolì il meccanismo che portava gli emigranti nelle regioni lontane, il commercio marittimo di cabotaggio. D’altra parte, ci fu la costruzione della via stradale «Panamericana» che per la prima volta collegò per terra il paese lungo la costa; i mezzi di trasporto motorizzati facilitarono il ritorno a Lima. Si ebbe quindi la concentrazione della modernizzazione a Lima, mentre le città dell’interno languivano. Un’altro elemento che spiega questa concentrazione è il sistema universitario peruviano, anch’esso concentrato a Lima. Si può dire che gli immigrati italiani e i loro discendenti furono fra i primi a verificare le scarse possibilità di realizzazione economica e sociale nelle province interne del paese.

Per quello che riguarda gli aspetti associativi si ebbe la trasformazione delle istituzioni create nell’Ottocento e se ne creano nuove. Per esempio il Circolo Sportivo, fondato nel 1917, che esiste tuttora avendo inglobato altre istituzioni create all’epoca, come La Società Canottieri. Nel 1930 fu creata la Scuola Antonio Raimondi; successivamente fu fondato l’Istituto Italo Peruviano di Cultura che per diversi anni ebbe un ruolo di spicco nella cultura locale. Allo stesso tempo altre associazioni, come le diverse Compagnie di pompieri, si integrano completamente nelle istituzioni locali, diventando organismi peruviani. Anche la Società di Beneficenza ha perso il carattere che aveva prima, il vecchio Ospedale è diventato una moderna clinica.



 

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