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Nuovi conquistadores di Giulio Cancelliere PDF Stampa E-mail
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Giovedì 23 Luglio 2009 18:50
La moda, in senso lato, è linguaggio, è un modo di esprimersi, di vivere, di mostrarsi per quello che si è o si vorrebbe essere. Dicono che l’abito non fa il monaco. È vero, nei vestiti bisogna trovarsi a proprio agio, per questo alla fine rivelano davvero chi siamo e cosa c’è sotto il tessuto.
Vestirsi “alla moda” è ugualmente un modo di mostrare i nostri desideri, le velleità, le timidezze, i punti di forza, cosa desideriamo sottolineare e cosa nascondere. Mi è capitato di notare nelle comunità straniere presenti a Milano, alcuni elementi di riconoscimento, soprattutto per quanto riguarda i giovani latinoamericani. A differenza di altri gruppi, come i nordafricani, che si vestono nelle fogge più svariate e, se non fosse per l’accento, tante volte non si distinguerebbero dai milanesi, magari un poco più “abbronzati”, i ragazzi latinoamericani sembrano molto influenzati dalla moda yankee, che impone pantaloni larghi, vita molto bassa, soprattutto per le ragazze, cavallo bassissimo per i ragazzi, t-shirt enormi, cappellini da baseball, spesso con visiera sulla nuca, bandane, giubbotti eccetera.

Li si vede girare in gruppi, come fanno sempre i giovani, e sembrano indossare una specie di divisa, tanto sono riconoscibili. Ora, non c’è nulla di male, soprattutto a quell’età, nel cercare di identificarsi in un gruppo, proprio perché, quando si trova in quella fase in cui è uscito dall’infanzia, ma non è ancora adulto, il giovane è alla ricerca di sé stesso e la prima cosa a cui pensa è l’apparenza, a come presentarsi di fronte alla società ed è perciò che ha bisogno di riconoscersi negli altri, vestendosi allo stesso modo, atteggiandosi come gli altri, creando una comunità nella comunità, per potersi muovere con un certo agio tra simili. Credo che chiunque sia stato adolescente abbia compiuto questo percorso o qualcosa di analogo.

Tuttavia, certe caratteristiche molto nordamericane di questa moda fanno riflettere: per prima cosa, la colonizzazione culturale yankee, che ha tanti pregi e parecchi difetti, che sembrava avere allentato la presa, almeno in parte, sulla società italiana, sembra stia tentando di rifarsi su alcune comunità straniere, quella latinoamericana, ma, in certa misura, anche su quella filippina; in secondo luogo, e questo è probabilmente l’aspetto che dà più da pensare, la ricerca di identità da parte dei giovani di queste comunità sembra escludere la storia e la tradizione del proprio popolo, premiando, invece, quel sistema che per secoli è stata imposto con tutti i mezzi, militari, economici e religiosi.

L’abbigliamento da gang metropolitana, certi atteggiamenti da “bullo”, mutuati da tanta filmografia, ma anche da certa televisione, video musicali, telefilm e altro ancora, molto rivelano di come, con i mezzi della persuasione occulta e tecnologica, si continui ad imporre un modello culturale e sociale, caratterizzato da molti aspetti deleteri, che vanno dal delinquenziale al prettamente consumistico, a scapito di quello certamente più debole e fragile, ma senz’altro più edificante, che affonda le radici nella Storia di terre lontane, che i migranti hanno lasciato in cerca di miglior fortuna, ma che dovrebbero continuare a conservare nei loro cuori e tramandare come un vero Patrimonio di generazione in generazione. Altrimenti, avranno vinto ancora loro, i nuovi conquistadores, non più armati di spada e bibbia, ma di televisione, internet, riviste patinate e false illusioni di successo effimero. Giulio Cancelliere
 

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