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Tra gli angeli ed i demoni...La danza dei 'collas' PDF Stampa E-mail
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Ángela Roig Pinto - Corrispondenti

Festa di colori e luci, dalla capitale del folclore peruviano 

Gli angeli e i demoni si trovarono nella terra per sfidarsi -luminosi e festivi- a compasso della musica. Vigorosi si guardarono le loro facce mascherate e i loro vestiti brillanti...erano in tanti, ma comunque si unirono coi caporali e con le principesse andine per assicurare la vincita. Il rimbombo dei “collas” diede il via e, allora, la danza diventò loro linguaggio di fede. La Madonna della Candelaria, nel sudoriente peruviano, è di festa.

diablos

A 3 827 metri, il cuore batteva intensamente, ma l’altezza non c’entrava niente. Erano i rimbombi, briosi e deliziosi, delle bande dei “collas

” che facevano accelerare i battiti a ogni singolo passo delle figure dei danzatori... Intanto, diavoli e  angeli – anche loro festivi - si confondevano nella terra, ai piedi del Lago Titicaca (Puno-Perú), per rendere onore alla Madonna della Candelaria in una festa di fede, colori e folclore dell'altipiano.

Dicono che in questa festa tutta la città balla. È vero! Si danza vigorosamente, giorno e notte, al  ritmo dei sikuris, pujllay, wiphalas, morenadas, diabladas e delle altre 150 danze tipiche che fanno di questa celebrazione una delle più grandi del Sudamerica, dopo il Carnevale di Rio di Janeiro (Brasile) e del Carnevale di Oruro (Bolivia). Pronta a partecipare alla sagra, anch’io indossavo un brillante e colorito abito di “cina morena”, tentando di assomigliare a quelle principesse aymare della danza La Morenada. Forse non le assomigliavo minimamente, ma ero lì, per prima volta.  Era la seconda domenica di febbraio, la data principale delle 18 giornate di celebrazioni della madonna, e nessuno voleva perdersi il corteo-concorso dei “Costumi di Luce”.  I marciapiedi erano tutti occupati dagli spettatori arrivati da tutto il mondo e anche i balconi erano diventate proprie loggie.

Sulla strada, tutti i 40 000 danzatori erano perfettamente allenati per percorrere gli oltre cinque chilometri di tragitto;  quando le nutrite bande cominciarono a suonare... la città tremò.  Dire che i 9 000 musicisti facevano festa  è dire poco. Erano i signori... il loro ritmo si faceva sentire proprio nelle vene e motivava una danza infinita, febbrile. Su e giù. Giù e su... ed il dimenare festoso diventava ora il nuovo protagonista. Tutti, assolutamente tutti, erano catturati da quelle melodie andine, gioiose.        

La madonnina era in testa alla sfilata e dietro... i danzatori della “diablada”, alcuni di loro erano vestiti da angeli; gli altri, da diavoli, rappresentavano l’antica guerra tra il bene e il male. Ma, in mezzo a tanta frenesia, in pochi stavano a filosofare su tutto ciò.  Sarà che i brindisi dappertutto (abitudine caratteristica delle feste andine) facevano la loro parte... Comunque, l’allegria scatenata, sinonimo di ballo nella cultura latinoamericana, rendeva più colorita la festa popolare.

Avevamo percorso i primi due chilometri del corteo e il sole andino cominciava ad appesantire il tragitto, anche se la giornata era indiscutibilmente fredda.  I danzatori sentivano sulla pelle i pesanti abiti. In particolare quelli che rapprasentavano i demoni e portavano pittoresche cappe, pantaloni addobbati con sonagli  e caschi con corna e di diversa  forma serpenti e orecchie di rospi... non meno di 25 chili addosso!. Nonostante ciò, la devozione si faceva sentire tramite la forza del ballo. A seconda della danza, le donne indossavano vestiti relativamente più leggeri anche se gli stivali con piattaforma non davano tregua...

Non importa va, però, né la fatica, né l’altitudine.. tutti avevamo in mente di  arrivare per primi nel concorso, come se si trattasse di una gara di vita o di morte. Per i tradizionali gruppi di ballo che da anni disputano i premi, era proprio così. Infatti, Il premio maggiore, per loro, era offrire questo omaggio alla “mamacha” Candelaria. Coinvolti nella festa trascorse ore ed ore di danza e giubilo...e con l’arrivo della sera il corteo ufficiale era finito, solo che nessuno aveva proprio voglia di fermarsi. E anche giusto che sia così, perchè la città ancora doveva ballare per tanti altri giorni, altrimenti Puno non sarebbe conosciuta come la capitale del folclore peruviano.
Facemmo una piccola sosta accanto al Santuario della “mamacha” chiedendo la sua benedizione e ancora di tanta energia perchè la festa continuava, forse fino al prossimo febbraio.

 Angela Roig Pinto

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