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Una storia d'immigrata PDF Stampa E-mail
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Martedì 14 Ottobre 2008 22:39
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Una storia d'immigrata
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Di: Angela Roig Pinto

5.45 del mattino...Lucero era sul balcone, immobile, con lo sguardo fisso e la respirazione lievemente accellerata. Un grosso strato di neve aveva coperto tutto quanto i suoi occhi neri riuscivano a vedere. La città era bianca, tutta bianca, così affascinante come nelle cartoline che qualche volta lei aveva ammirato quando era ancora nel suo paese, quasi sempre caldo.  Mai aveva visto nevicare fino a quel 3 gennaio 2008 a Milano, e non trovava il momento per chiamare i suoi e raccontare quell’avvenimento che forse loro mai avrebbero avuto l’opportunità di apprezzare. La ragazza era proprio emozionata. Aveva attraversato l’Atlantico e – quel piccolo momento di magia della natura -  rendeva felice la sua nuova vita.

Il suono della sveglia tagliò i suoi pensieri, avvolti in quella festa bianca e mattutina, e le ricordò che stava facendo tardi per andare al lavoro. Nell’appartamento affittato erano in tanti e riuscire a dormire bene era una fortuna. Per questo, si svegliava quasi sempre prima. Le bastavano 5 o 6 ore di sonno perchè nel suo paese si lavora tanto, per tentare di avere uno stipendio più o meno dignitoso, che quello di dormire qualche ora in più è un lusso.  Era ancora scuro e come tutte le mattine, alle 6.30 circa, Lucero era già sulla strada diretta al lavoro. Sui mezzi si sarebbe incontrata con gli stranieri che, come lei, al solito sono i primi a popolare le strade, sempre di corsa per potere sfruttare al massimo il tempo lavorativo in Italia, prima di tornare alla loro terra. Almeno, quella mattina, la nevicata faceva dimenticare a Lucero il freddo invernale che aveva fatto tanto danno alle sue mani che erano state sottoesposte ad un lavoro più pesante e completamente diverso in confronto a quello che faceva nel suo paese.

Qualcuno in giro le aveva detto che i lavori che solitamente fanno gli immigrati, come la domestica, la baby sitter, il personale di servizio, il pony... erano attività “umili”, forse perchè la maggioranza degli italiani non vogliono farli.  Ma, in quel momento, Lucero era assorta davanti a quello spettacolo bianco e quelle parole che, prima l’avevano fatta sentire sottovalutata, ora avevano acquistato un significato diverso: la sua sfida.

Ricordava il suo arrivo in Italia, sei mesi prima, piena di aspettative. Il suo spirito avventuriero, proprio della sua carriera di giornalista, l’aveva motivata a tentare una nuova strada per conoscere una cultura diversa. L’idea di rimanere in una sola città, con lo stesso contesto, l’annoiava un po’, per questo aveva deciso di trasferirsi, anche se nel suo paese svolgeva con successo la sua carriera, stava vicina alla sua famiglia e si sentiva protetta. Forse la sua motivazione era ben diversa rispetto a quella di alcuni altri immigrati che erano stati praticamente obbligati a lasciare il proprio paese, asfissiati dai loro problemi economici e stanchi della mancanza di opportunità lavorative. La migrazione ha tante motivazioni; invece per lei  era una esperienza che voleva provare. Alla fine, peró, lei sapeva che per alcuni italiani tutti gli stranieri sono nella stesse condizioni, quella di essere extracomunitari, avanzi della propria terra. Aveva sentito dire loro... “razza di terza categoria” e per prima volta Lucero capì il concetto di discriminazione.

Sul tram che l’avrebbe portata a Monza, Lucero si guardò di colpo le mani che erano rovinate perchè fino ad allora la loro unica fatica era stata quella di scrivere sul computer, mentre ora dovevano essere continuamente disinfettate e lavate prima di accudire la piccola disabile che curava al mattino,  quando la mamma della bimba era in ufficio. Il lavoro di baby sitter, presso una famiglia italiana, sull’orlo di una crisi di nervi per tutti i loro problemi, ma lei lo aveva accettato con pazienza perchè era cosciente che uno stipendio fisso le avrebbe permesso di cavarsela da sola. A dire il vero lavorare mezza giornata e come giornalista al pomeriggio, presso un’editoria latinoamericana, non era poi così bene retribuito.  -“Soltanto per amore all’arte non si può vivere”- e  lo sapeva.  Anche se pesante, lei preferiva avere una lunga giornata lavorativa, piuttosto che accettare quello che più di una volta gli avevano offerto, forse perchè era una giovane donna immigrata. Aveva già sentito tante storie di ragazze straniere che in cambio di “favori” erano riuscite ad ottenere i soldi facilmente. Quella non era la strada che Lucero voleva seguire ed aveva rifiutato le proposte di essere la compagna di qualche italiano attempato. “Dignitosa, anche se povera”, le aveva detto sua nonna e lei ancora lo ricordava. Povera sua nonna, morí dignitosa.



 

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